Io

Ora, cerchiamo di capirci: in tutti i siti di personaggi in vista, il termine “biografia” ha il sapore della prefazione di un vecchio libro ingiallito con dati estratti dal servizio demografico, quasi sempre viene utilizzato il termine “Bio” ma ricorda ortaggi e cibi soggetti ad un rigido disciplinare. Avevo pensato con presunzione a “Diografia” ma un fulmine cadutomi a pochi centimetri è stato l’avvertimento per l’errore che stavo per commettere. “Miografia” è egoista e possessivo, “Ziografia” richiama il “bella zio!!!” dell’hinterland Milanese, per cui ho deciso di chiamare questa sezione solamente “Io”. Un po’ egocentrico, ma cercherò di far di necessità virtù, soprattutto quando capirò esattamente chi “io” sia veramente.

Fin dalle scuole elementari vergavo poemi dedicati alla mia mamma che mi fecero rischiare il disconoscimento, inoltre lanciavo i preziosi vinili jazz di mio padre in terra per ballarci sopra (ai primordi della tecnologia “touch”…) il che, sommato alla pratica precedente, avrebbero potuto far di me un prematuro orfano. Verso i dieci anni gli amichetti mi accompagnarono nel sanguinario mondo dell’heavy metal che fu per me una passione che divenne, attraverso il punk hardcore, il primo rigurgito di antagonismo e rifiuto della “normalità imposta”, purtroppo sottovalutavo il potere inconsapevole dei “normali” che cominciarono a blacklistarmi come un personaggio “strano”. Verso i sedici anni un amico mi passò la cassetta di due “tizi” afroamericani, tali Eric B & Rakim e in quel momento iniziò un percorso – dolorosamente accidentato – che ancora continua e si riflette nel mio modo di pensare, vivere e scrivere: il rap e la black music. Ovviamente i contenuti sociali riottosi e ribelli del rap non mi aiutarono nel dialogo con quella professoressa d’italiano di un’istituto tecnico per ragionieri di Bologna, rivoluzionaria nel ’68 e conservatrice nell’88 (si combatte per i diritti di tutti e, una volta conquistati, si difendono i propri personali privilegi) la quale cercò in tutti i modi di sgambettarmi dicendomi che non ero “tagliato” per la scrittura, forse intendeva che non ho mai avuto quell’ipocrita pusillanime furbizia che tanto serve nella vita.

Nel frattempo feci un po’ di esperienza con i giradischi e l’improvvisazione rap poi, nel bel mezzo di un’estate passata a lavorare con amici nelle discoteche della riviera romagnola, conobbi un produttore discografico che mi propose un contratto per un singolo poi, eventualmente, un Cd. Scrissi il testo e interpretai assieme a mio fratello Federico, “Ululalaluna”, che uscì in solo formato vinile agli inizi degli anni ’90 e, considerato che le cose sembravano creare un certo fermento a Bologna, ci mettemmo a lavorare per l’album dei “Radiotitolati” dal titolo “Non ho parole”, pubblicato circa un anno dopo, del quale fui unico autore di tutte le liriche. Dopo una breve ma divertentissima tournè in giro per l’Italia circondato da ottimi musicisti, le cose sembravano prendere la giusta piega, venimmo contattati da una major che ci propose un contratto “importante” ma, a causa di incomprensioni, invidie e chissàddio cos’altro, tutto saltò in aria e il gruppo si sciolse come un Rocher sul cruscotto a Luglio.

Non abbandonai mai la musica e le parole, sebbene il lavoro che avevo trovato in un ipermercato mi desse parecchio filo da torcere, dai venticinque ai trent’anni ascoltai quantità inenarrabili di musica, implementai il mio livello conoscitivo leggendo smodatamente, girovagando (per quello che mi fu concesso) per il mondo e assistendo a centinaia di concerti, ma scrissi veramente poco, non ero disposto a pagare il prezzo morale per inserirmi nell’elite della musica, in parole povere avevo già di che mantenermi e non mi garbava per niente dover scendere a compromessi con il mercato della cacofonia da hit parade. Solo una volta, verso i 30 anni, affidai una delle mie visioni acappella – “Vacanze Alternative” – ad un cantante che arrivò alle finali delle pre-selezioni del Festival di Sanremo, purtroppo però ci si fermò a quel punto.

Dopo alcuni anni, nell’estate del 2013, ricevetti la chiamata di un produttore discografico di mia conoscenza il quale mi chiese se, senza impegno, avessi avuto voglia di buttare giù le parole per una canzone che sarebbe stata interpretata da una giovane cantante di Reggio Emilia. Beh…scrissi quello che mi sentivo, avevo comunque capito che il contesto era commerciale, cercai di recuperare il maltolto con un contenuto antirazzista del quale ancora oggi vado fiero. “Italopop”, questo il titolo, venne presentata, assieme ad altri “provini” firmati da autori e musicisti ben più blasonati di me, alle selezioni per il festival di Viña del Mar in Cile e, con somma gratificazione, fu scelta per le fasi finali. La canzone non vinse il festival, ma aver potuto trasmettere un messaggio così importante a milioni e milioni di persone mi regalò una soddisfazione inscalfibile. In seguito scrissi un’altra canzone – “Down Down” – per l’album della stessa cantante della quale però persi poi le tracce.

Adesso? Adesso, a grandi linee, ho lasciato che le mie parole raccontassero un po’ di me, ma torno subito alla mia passione principale, ovvero riuscire a fare in modo che io possa raccontarvi un po’ le mie parole.