Istruzioni per l’uso

Edgar Allan Poe Sie

Esatto, poesie da paura. Diciamo che mi diverte empatizzare con l’universo irrecintabile dell’anima di Alda Merini, diserto dall’ovvietà del “conforme” tentando di calarmi nei panni di Garcia Lorca, rifuggo dal “normale” travestito da Lucio Dalla e, perché no, affronto gl’impervi tornanti dell’esistenza con la volontà “rampicante” di Marco Pantani. La poesia, secondo me, è il codice semantico della totalità: qualsiasi cosa è potenzialmente poesia e c’è poesia in qualsiasi essere, vivente e non. Poi c’è chi la scolpisce tramite l’inchiostro di una penna, chi attraverso il fervore atletico, chi con un gesto gentile, chi la lascia fluire nel cibo che prepara per i propri figli, c’è chi l’acclama gridandola e chi la conclama in un mutismo assordante. Tutti alla ricerca di una certezza, ma la poesia tant’è; oggettività mutevole, flusso di coscienza senza filtri che si trasmette lungo gli assi del tempo e dello spazio all’infinito, la poesia non è opinabile, o lo è o non lo è, l’avvertirla fisicamente la rende inconfutabile. Essere poeti è molto differente e, chi lo è lo è spesso a sua insaputa, non se ne accorge, forse si è poeti solo nel variopinto mondo del sovrappensiero o, molto più probabilmente, il poeta è null’altro che un malcapitato perseguitato dall’obbligo di trasmettere messaggi universali. Io sono la mimesi dell’arco poetico, un ripetitore di segnale oppure, come mi autodefinisco in un contesto autoeroico “l’insommo poeta”, la ricompensa per ciò che scrivo è intrinseca nell’averlo potuto scrivere.

Fuorismi

Il progresso tecnologico della comunicazione ha, secondo me, segnato un’involuzione nell’essere umano del terzo millennio: sms, post, chat, emoji, hanno talmente liofilizzato il lessico spingendolo verso l’avventata frenesia che si sono, mi auguro temporaneamente, azzerati i contenuti. A volte anche le vocali. In tale contesto c’è chi utilizza come “rostro” commerciale o sociale la formula, in realtà da sempre esistita, dell’aforisma. Nei vari social si possono leggere quantità imponderabili di frasi fatte e luoghi comuni attribuiti spesso indebitamente a Jim Morrison, Kurt Cobain e Bob Marley che, probabilmente, staranno ballando la break dance nella tomba. L’aforisma intanto è una cosa seria e non va assolutamente confuso con la “freddura” ovvero un breve enunciato atto a far ridere o sorridere il lettore. Purtroppo se si parla di aforismi quasi sempre si finisce a discutere dei Duran Duran e della loro “Oscar Wilde Boys” (esempio di freddura), in fondo quelli che oramai ci perseguitano attraverso i vari devices, si manifestano come titoli di testa del nulla assoluto. Sempre con l’umiltà che mi governa peggio di una moglie dopo cinque anni di matrimonio, mi capita di giungere al termine di pensieri interminabili eiaculando un getto d’inchiostro che oso chiamare (per sole ragioni d’archiviazione) “fuorisma” perché si chiama fuori dall’immigrazione incontrollata di aforismi improbabili.

Wonderbra Mieri

Si differenziano dai “fuorismi” solo perché di solito la risposta dell’interlocutrice o il pensiero del lettore è “ma che idiota!”. Oggi le chiamano “freddure” o “battute”, se vogliamo dirla tutta il compianto (almeno da me) Gino Bramieri, una buona persona totalmente rimossa dalla memoria collettiva, scrisse decine di libri di “barzellette” ma il termine sembra essere passato di moda…

Improvviso all’improvviso

Fine anni ‘70, il rap è un gioco per ragazzi che abitano nel Bronx. Una delle più ancestrali forme di rap era rappresentata dalle “dirty dozens” (dodici battute a testa su basi strumentali per improvvisare insulti verso un antagonista in un contesto volgare, ingiurioso ma pacifico e fortemente ironico) o dai più verecondi “your mama” (stessa cosa ma gli insulti venivano rivolti verso la mamma dell’altro “concorrente”). Le cose si fecero poi più serie, fino a diventare gravi, negli anni ‘90 quando, a seguito del “freestyle” (improvvisazione in rima) nacque il “dissing” ovvero l’insultare gratuitamente altri rappers fino a far diventare quella che secondo me avrebbe potuto essere una forma d’arte, in una distesa di disadattati brontoloni in cerca di visibilità autoreferenziale. Perfortuna, questa volta, l’idiozia del mercato ha finito per banalizzare talmente tanto il dissing che pare stia passando di moda rendendone gli autori un po’ degli autoemarginati.

Io ho ascoltato tantissima black music, soul, r&b, jazz, funky, rap e credo che il denominatore comune che la rende “speciale” sia proprio l’improvvisazione che, fusa con la poesia (suggerisco l’ennesima visione de “l’attimo fuggente”), potrebbe dar vita a un qualcosa di assolutamente potente, rivoluzionario e nuovo. Il rap da classifica è un fallimento poetico. Filastrocche prive di senso buone solo da recitare come la poesia al pranzo di Natale, ma le potenzialità sono lì, ancora intatte, aspettano solo qualcuno che abbia il coraggio di esibirle senza necessariamente sentirsi un messia. In questa categoria scrivo alcuni dissing, perché a dire il vero, ogni volta che ascolto musica la mia mente comincia ad improvvisare, per abitudine, giochi di parole, pacifiche ingiurie, capriole metriche ma, giuro, ogni riferimento a persone o cose è puramente. Proprio così, pura mente.

Visioni acappella

Musica, sempre musica, in nome della musica, con l’ossessione della musica. Come si può evincere dalla Biografia pubblicata sul sito, sono un devoto della trasmissione sonora, ho scritto e pubblicato nella mia vita alcuni testi con fortune alterne (in realtà la fortuna, come sopra, è averli potuti scrivere) e, spesso, quando sento un brano strumentale, avverto la necessità compulsiva di scrivere delle parole in metrica quasi come volerne confezionare un abito su misura. La mia misura. Mi capita anche di voler cambiare il senso delle canzoni che mi piacciono quasi fossi “posseduto” dallo spirito di Leone Di Lernia (eterna riconoscenza) o di scrivere “cose” in metrica ascoltando una base che esiste solamente nei miei pensieri. Ora, vi prego, dimenticate questa mia ultima affermazione in quanto non vorrei avere a che fare con i servizi sociali per quella che rappresenta per me un’ingenua follia.

Il, Lo, La, I, Gli, Le

Sono semplicemente i miei articoli.